Sfidare la demagogia con la demografia

25 Giugno 2026

Ogni giorno in Italia nascono 500 bambini in meno rispetto a venticinque anni fa.  

Se ci misuriamo col 2000 – quando le gravidanze andate a buon fine erano state 543.000 – il calo registrato è di 188.000 nascite all’anno, pari a una riduzione del 34,6% in un quarto di secolo. 

Nell’anno appena trascorso, il 2025, in Italia sono venuti al mondo il minor numero di bambini che sia stato registrato dall’Unità nazionale: 355.000 neonati (3,9% in meno nei confronti del 2024).  

A dirla in altre parole, nel nostro Paese oggi ci sono circa 540 mila venticinquenni che fra un quarto di secolo saranno circa 350 mila. Arrivata al traguardo di metà secolo, la popolazione italiana scenderà fino alla soglia di circa 54,7 milioni di abitanti e gli over 65 arriveranno al 34,6% del totale.  

Come a dire: se nel 2000 un italiano su otto aveva almeno 70 anni, nel 2050 si stima che il dato salirà intorno a uno su quattro

Significa meno giovani e più anziani di cui la collettività dovrà occuparsi. Non un buon segno per il Paese più indebitato d’Europa e, in prospettiva, una ricca messe di interrogativi economici e sociali: la crisi demografica erode inesorabilmente la base fiscale e aumenta la spesa sanitaria e previdenziale. 

Ci vorrebbe più demografia e meno demagogia.  

Sintetizza la Commissione europea:  “L’Italia è uno degli Stati membri con la popolazione più anziana e il tasso di fertilità più basso (IT: 1,18; UE: 1,34) e un’età superiore alla media per le donne che partoriscono il loro primo figlio” (IT: 31,9 anni, UE: 29,9). Oltretutto, un calo demografico di lunga data, come quello che si registra nel Mezzogiorno, è di per sé un ostacolo all’aumento dei tassi di natalità. Inoltre, “la fuga di cervelli persiste con molti giovani residenti altamente qualificati in cerca di migliori opportunità all’estero, mentre l’Italia fatica ad attrarre e trattenere talenti”.  

Bisognerebbe poter fare nuova spesa pubblica per sostenere i redditi e le speranze, ma i margini sono stretti se non inesistenti. Il che non vuol dire che si debba restare a guardare. Una più equilibrata politica fiscale può migliorare il mercato del lavoro e diffondere ottimismo. Le soluzioni sono più di quelle che si immagina.  “Dobbiamo utilizzare le risorse nascoste, come il capitale umano femminile ancora sotto-utilizzato”, è uno degli esempi sostenuti da Tito Boeri

Secondo la Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Lilia Cavallari, si impone di considerare anche che “nel prossimo decennio la fascia di età compresa tra 65 e 74 anni sarà la più numerosa dal punto di vista demografico e sarà caratterizzata da livelli elevati di autonomia, competenze ed esperienza. Valorizzare questo patrimonio rappresenta una prova importante per la società, che dovrà favorire forme diversificate di partecipazione alla vita collettiva”. 

Non solo. “Bilanciare le esigenze di generazioni diverse e contrastare l’impatto sfavorevole della demografia – insiste la numero uno dell’UPB – richiederà di sbloccare appieno il potenziale di crescita dell’economia sostenendo la produttività: la leva fondamentale è la capacità di innovare e di adottare su vasta scala le tecnologie di frontiera, sia per competere sui mercati globali sia per assicurare propulsione al motore interno della crescita”. 

Non facile, ma inevitabile. Le linee guida della Commissione UE invitano a creare le condizioni per un aumento della partecipazione al mercato del lavoro e per gestire in modo virtuoso il canale migratorio. Sebbene quest’ultimo, nota Bruxelles, possa aiutare ad alleviare la carenza di manodopera attraverso il ribilanciamento della distribuzione per età, da solo non può risolvere completamente il problema, dato il cambiamento della scala demografica. Tuttavia, insiste la Commissione, in prospettiva risulterà centrale “sviluppare una strategia coordinata di manodopera migratoria per affrontare la carenza di competenze e integrare efficacemente i migranti qualificati”.  

Nel caso, questo contribuirebbe a risolvere le incognite a valle. Ma il problema della natalità e del sostegno allo sviluppo richiede un cambiamento culturale e attitudinale che si può affrontare soltanto con politiche mirate e creando le condizioni a monte per avere un welfare state sostenibile.  

Intanto bisogna capire, ed il Festival Internazionale dell’Economia è nato anche per questo. Perché chi scopre il perché presto o tardi trova anche il come.